DA MANTOVA A QUADRELLE FINO AL PERCORSO
CICLOTURISTICO "DESTRA P0"
I GRANDI ITINERARI IN BICICLETTA
il percorso


Si esce da Mantova da via Learco
Guerra (zona stadio/palazzo Te) in direzione della Corte
Virgiliana.
I in prossimità del campo di atletica finisce la strada
asfaltata e si prende, sulla sinistra, l'argine sterrato del Mincio.
Percorse poche centinaia di metri si vede sulla sinistra il terzo
lago di Mantova ed uno stretto sentiero che scende verso il lago.
Non avremmo i mai imboccato quel sentiero se non guidati dal "genius
loci" che ci ha accompagnati nella visita di Mantova.
Decisamente suggeriamo di imboccare il sentiero che costeggia
il lago e le antiche fortificazioni della città e che dopo
un chilometro circa riporta sugli argini.
A 8 chilometri da Mantova si passa sotto l'autostrada, si supera
la Corte Langhirola continuando a seguire la
tortuosità dei fiume fino ad incrociare la SP33; qui si
gira a destra percorrendo circa un chilometro di provinciale,
all'incrocio successivo si gira a sinistra sulla statale 413 percorrendola
fino a superare il ponte che attraversa il Po in direzione San
Benedetto.
Si attraversa il ponte e subito dopo si scende a destra per prendere
gli argini a sud del Po che portano a Quatrelle,
ultimo comune lombardo, a Stellata, a Ferrara e quindi al mare.
Pedalando lungo gli argini si lambiscono alcuni piccoli paesi
agricoli: Brede, Mirasole e
Santa Lucia.

in bici sugli argini
Prima di quest'ultimo la strada piega leggermente
a sud per consentire di arrivare al ponte sul Secchia.
Dopo Santa Lucia ci si dirige verso Quingentole
dove si attraversa la bellissima piazza per risalire sugli argini
che continuano, per lunghi tratti sterrati, fino a Revere, Borgotranco
sul Po e Carbonara di Po (oasi naturalistica isola del
Boscone ).
Nel tratto tra Borgofranco e Sermide
gli argini sono oltre che sterrati piuttosto dissestati (mentre
li percorriamo sono in corso) importanti opere di consolidamento,
suggeriamo quindi di percorrere la SP34, riportandosi sugli argini,
asfaltati, subito dopo l'abitato di Sermide.
Da qui in pochi chilometri si raggiungono Felonica
e Quatrelle, ultimo comune lombardo prima di
passare in provincia di Ferrara quindi Regione Emilia Romagna
per collegarsi alla pista ciclabile Destra Po.

IL PERCORSO CICLOTURISTICO "DESTRA
PO"
Realizzata dalla provincia di Ferrara
corre sull'argine destro del Po per tutto il tratto ferrarese.
Si tratta di una pista che non ha nulla da invidiare alla consorella
austro-tedesca; la Donauradweg (via ciclabile del
Danubio)
La pista Ciclabile è tutta asfaltata, per lo più
in buono stato, solo alcuni tratti hanno il fondo piuttosto ruvido.
Abbastanza buona la segnaletica, ma per la verità una volta
trovato l'argine è difficile perderlo!
Un possibile itinerario parte dalla stazione di Ferrrara; appena
usciti dalla stazione, sulla sinistra si prende la pista ciclabile
sul viale della Costituzione e poi si prosegue fino al centro
con il castello Estense.
Se si ha tempo si può visitare questa storica città
considerata una delle più ciclabili d'Italia.
Dal Castello Estense si prosegue uscendo dal centro storico e
si prende la strada per Francolino.
pista ciclabile "destra Po"
a Francolino
Sono circa 10km di strada stretta
e piuttosto trafficata; accanto alla strada è in via di
completamento (mar 2005) una pista ciclabile; arrivati a Francolino
si traversa il paese per la strada maestra che alla fine sale
sull'argine e diventa pista ciclabile; in verità non si
tratta di una ciclabile al 100%, visto che il divieto di circolazione
per i mezzi a motore esclude gli autorizzati; è quindi
sempre possibile incontrare qualche veicolo a motore.
Una volta imboccata la strada sull'argine è ben difficile
sbagliare strada; si corre sempre sulla destra del fiume, si sottopassa
il ponte di Polesella-Ro e si continua su una strada più
stretta fino al delta; qui ci si trova a correre lungo il Po di
Goro fino ad Ariano Ferrarese dove un ponte metallico ci porta
dall'altra parte ad Ariano nel Polesine; di qui è possibile
tornare indietro sulla strada per Corbole (non è ciclabile
ma comunque il traffico è minimo).

pista ciclabile "destra Po"
a Ariano
A Corbole si è costretti
a portarsi sulla statale per poter passare il Po di Venezia (quello
principale) e raggiungere Adria dove c'è la stazione ferroviaria
con treni per Venezia, Rovigo, Chioggia.
ITINERARIO
CICLOTURISTO DELLE DELIZIE ESTENSI
da FERRARA a MESOLA - km 120
variante del percorso precedente
si cionclude nel Parco del Delta del Po
Tappe:
1. Ferrara - Francolino - Pescara - Fossadalbero
2. Fossadalbero - Ruina - Saletta - Tamara - Fossalta - Sabbioncello
S. Vittore
3. Sabbioncello S. V. - Villanova - Masi Torello - Masi S. Giacomo
- Voghenza - Voghiera
4. Voghiera - Gambulaga - San Vito - Rovereto - Medelana
5. Medelana - Migliarino - Migliaro - Massafiscaglia - Codigoro
6. Lido di Volano - Pomposa Abbazia / Codigoro - pomposa Abbazia
7. Pomposa Abbazia - Gigliola - Bosco Mesola - Torre Abate - S.
Giustina - Mesola Tragitto:
Totale km 120 ca.
Partenza: da
Ferrara - Castello Estense
Itinerario consigliato: Largo Castello
- C.so Giovecca - P.le Medaglie d'Oro - Pista ciclabile del sottomura
fino a Via Gramicia.
- Ferrara - Francolino
- Pescara - Fossadalbero: km 19
Al di là del vallo a nord, si estende
il vasto Parco Urbano, un insieme di piante, spazi aperti, specchi
d'acqua e sentieri che congiungono Ferrara al suo fiume. L'area
rappresenta la quarta addizione storica di Ferrara, "l'Addizione
Verde", che realizza una scelta urbanistica coraggiosa incentrata
su un nuovo concetto di ecologia urbana, alla base delle attività
del Settore Ambiente del Comune di Ferrara: a distanza di cinque
secoli il confine di Ferrara ha di nuovo raggiunto il Po. Seguendo
la nuova pista ciclabile lungo il perimetro ad est del parco per
circa quattro chilometri si può raggiungere la strada d'argine
lungo il Po e proseguire fino al borgo di Francolino e quindi
a Fossadalbero
2 - Fossadalbero - Ruina - Saletta
- Tamara - Fossalta - Sabbioncello S. Vittore: km 22
Da Fossadalbero l'itinerario piega verso sud
in direzione di Copparo, passando per Ruina, fino a raggiungere
Saletta. Deviando in direzione di Ferrara si arriva a Tamara e
infine a Sabbioncello
3 - Sabbioncello San Vittore
- Villanova - Masi San Giacomo - Voghenza - Voghiera: km 12
A Sabbioncello si attraversa il Po di Volano
dove, sulla sponda opposta si trova Villanova. Da qui il percorso
procede in direzione sud verso Masi San Giacomo e, oltrepassata
la superstrada Ferrara-Portogaribaldi, si seguono le indicazioni
per Voghenza e Voghiera. Proseguendo lungo la strada provinciale
n.29 per Portomaggiore si incontra sulla destra il grande quadrilatero
della Delizia di Belriguardo.
4 - Voghiera - Gambulaga
- San Vito - Rovereto - Medelana: km 16
Proseguendo per la strada provinciale n.29
si raggiunge l'abitato di Runco dove sulla sinistra dopo circa
un chilometro si trova Gambulaga e dopo altri due chilometri si
incontra sulla destra, isolata nella campagna, la Delizia del
Verginese. Da qui, svoltando a destra per una strada secondaria
ci si ricongiunge al percorso della statale n. 495 Consandolo-Adria
e proseguendo a sinistra si arriva dopo circa quattro chilometri
al bivio per Ferrara dove si trova la piccola frazione di San
Vito. Ritornando in direzione di Ferrara si possono raggiungere
Rovereto e quindi Medelana
5 - Medelana - Migliarino
- Migliaro - Massa Fiscaglia - Codigoro: km 25
Ripresa la strada statale n. 495 Consandolo-Adria
a San Vito si prosegue in direzione di Dogato - Codigoro. Lungo
il percorso si incontrano i paesi di Migliarino, Migliaro e Massa
Fiscaglia
6 - Codigoro - Pomposa:
km 6
Dalla bella cittadina di Codigoro, si prosegue
verso est fino a raggiungere l'incrocio con la strada statale
"Romea", di collegamento con Venezia e Ravenna, dove
sorge l'Abbazia di Pomposa.
8 - Pomposa Abbazia - Gigliola
- Bosco Mesola - Torre Abate - S. Giustina - Mesola: km 18
Dall'Abbazia si prende la strada Giralda Centrale
che conduce in direzione Volano. Dopo aver superato l'Oasi di
Canneviè si segue l'argine orientale della valle seguendo
l'indicazione per Taglio della Falce e Bosco Mesola. Percorrendo
la strada Corriera si raggiunge dapprima la frazione di Gigliola,
da dove è possibile accedere al Gran Bosco della Mesola,
quindi, in prossimità dell'abitato di Bosco Mesola, si
svolta a destra per Alberazzo e lo si oltrepassa fino ad arrivare
a Torre Abate. Dalla torre si può infine raggiungere Mesola
percorrendo per circa tre chilometri la strada che corre lungo
l'argine di sinistra del Canal Bianco fino al bivio con la strada
statale "Romea"
S.BENEDETTO PO
S. Benedetto Po, in territorio mantovano, trae l’origine ed
il nome dall’abbazia benedettina di Polirone (tra il Po e
lo scomparso torrente Lirone) che qui fondò Tebaldo di Canossa
nel 984.

san Benedetto Po abazzia del
Polirone
la storia
La storia del paese di San Benedetto Po attende ancora di essere
indagata in molti suoi aspetti; senza dubbio, però, l'insediamento
è anteriore all'epoca medioevale, romano quindi, e forse
più antico.
Recenti scavi, infatti, hanno accertato la presenza di abitazioni
del IV-V sec. d.C. e l'esistenza di fondazioni ecclesiastiche,
anteriori al 1007, anno in cui Tedaldo di Canossa crea un nuovo
monastero, trasformando una chiesa dedicata a S. Maria, S. Benedetto,
S. Michele arcangelo e S. Pietro.
Tedaldo, attraverso questa fondazione vuole controllare il territorio
e aumentarne la produttività.
Con i discendenti di Tedaldo, ma soprattutto con Matilde di Canossa,
il complesso monastico conosce un periodo felice e ricco di imprese
culturali, artistiche ed economiche.
Infatti dal 1077 l'abbazia, per volere di Gregorio VII, cui l'aveva
donata Matilde, è riformata da Cluny: produce manoscritti,
fa edificare chiese e chiostri, ospita illustri personaggi come
S. Anselmo da Baggio e Bonizone di Sutri. Inoltre il monastero
si arricchisce di terre e altri monasteri tanto da diventare una
sorta di Cluny dell'Italia Settentrionale, quindi centro fondamentale
della Riforma della Chiesa.
Continuano comunque ad essere poco chiari i legami che S. Benedetto
Polirone aveva con il monastero borgognone.
Sta di fatto che nel 1209 l'abbazia mantovana è in pratica
autonoma.
Non molto si sa dei secoli XIII e XIV: è certo che a Polirone
si avverte la crisi generale del monachesimo benedettino e che
diventano assai stretti i rapporti con la feudalità laica
che controlla in tal modo i beni monastici polironiani.
Soprattutto i Gonzaga, con modalità diverse e in tempi
differenti, accumulano beni e prestigio a danno dell'abbazia.
In questo periodo l'abate è "dominus loci" e
assume poteri simili a quelli vescovili, ma pochi sono i lavori
intrapresi: si costruisce la celleria e il palazzo dell'abate
nel sec. XIII, si restaura l'ospitale nel XIV sec.
Più conosciute sono invece le vicende del XV sec.: Guido
Gonzaga, protonotario apostolico e fratello del marchese Gianfrancesco,
diventa commendatario e, per suo intervento, Polirone passa alla
recente Congregazione di S. Giustina (1420).
Così abbiamo una vera e propria "Renovatio" nell'edilizia,
nell'economia, nella cultura.
Proprio allora il monastero assume la forma e la struttura che
ancora oggi si possono ammirare.
Inoltre i monaci attuano opere di bonifica e riforme agrarie,
mutano i contratti con i coloni e fanno loro obbligo di consegnare
un terzo della produzione.
Quest'ultime riforme porteranno a pesanti crisi e a forti contrasti
tra i contadini e il monastero, soprattutto nel secolo successivo.
In ambito culturale l'evento più significativo è
l'ordinamento e la catalogazione della biblioteca ad opera di
Cristoforo da Valsassina, che compì le stesse operazioni
nel monastero di Bobbio.
Inoltre si copiano manoscritti.
Splendidi quelli liturgici. All'inizio del XVI sec. Polirone ospita
importanti studi teologici, filosofici e riflessioni sui testi
di S. Paolo che annunciano posizioni e temi cari all'Evangelismo.
Gregorio Cortese, poi, commissiona al Correggio un'opera per il
refettorio e a Giulio Romano il restauro della chiesa, impresa
quest'ultima che sottintende idee riformiste.
Pertanto nel Cinquecento si raggiunge un eccezionale splendore,
tanto che tra gli ospiti si contano: Martin Lutero, Teofilo Folengo,
Paolo III, Giorgio Vasari, Andrea Palladio, Torquato Tasso. Oltre
a Giulio Romano e al Correggio lavorano per gli edifici monastici
Veronese e Antonio Begarelli.
Durante il XVII sec. da una parte si assiste all'esaltazione delle
origini con la creazione del mito di Matilde dall'altra all'inesorabile
indebitamento e ad una profonda crisi, non solo economica.
Nel 1609, peraltro, una rovinosa inondazione del Po provoca danni
incalcolabili e vent'anni dopo le truppe imperiali, impegnate
nella conquista del ducato di Mantova, risiedono per un biennio
nel monastero, con un prevedibile ulteriore impoverimento di Polirone.
Tanto più che nel 1658 è la volta dei francesi.
Pochi dunque, sono gli interventi architettonici e il più
evidente è lo scalone, del 1674, che conduce all'appartamento
degli abati. Il secolo successivo non è meno difficile.
Infatti nel 1733 i francesi e gli austriaci occupano il monastero;
inoltre le riforme teresiane e giuseppine riducono i privilegi
e fanno intravedere la soppressione.
Anzi nel catasto di Maria Teresa i fondi agricoli sono intestati
ai terzaioli e ai livellari, ponendo così fine ad una secolare
lotta fra i monaci e i contadini, che aveva provocato nel 1519
addirittura l'uccisione di fra' Bonaventura.
Ma è con l'ultimo abate Mari che il rischio della soppressione
si fa più forte.
Allora vengono restaurati edifici, sistemati la biblioteca e l'archivio,
arricchita la pinacoteca e creata un'Accademia letteraria al fine
di evitare la chiusura, prevista per quegli enti ecclesiastici
che non risultassero di pubblica utilità.
Con le truppe napoleoniche, però, giunge la tanto temuta
soppressione il 9 marzo 1797. Il patrimonio artistico va così
disperso, eccetto quello contenuto nella chiesa abbaziale, diventata
parrocchiale.
II grande fondo dei manoscritti, incunaboli e testi a stampa passa
alla Biblioteca Regia di Mantova. Gli edifici, per lo più
abbandonati o adibiti ad usi non congrui, decadono inesorabilmente.
Negli ultimi due secoli il complesso monastico diventa il centro
del paese che cresce tutto attorno, ma il profilo culturale, economico
e politico si abbassa cosicché San Benedetto Po è
ora un comune dell'Oltrepò come tanti altri.
Gli edifici dell’abbazia sono ora costituiti
dalla basilica e dai tre chiostri costruiti in tempi successivi:
di San Benedetto (sec. XIII), dei Secolari (sec. XIV), di San
Simeone (sec. XV).
L’antica chiesetta romanica è inclusa, alla sinistra
del presbiterio, nella basilica rinascimentale; resta un mosaico
del 1151.
Di particolare interesse, nel complesso abbaziale, sono la tomba
(vuota) di Matilde con la tela del Farinati, le colonne dell’antica
chiesa romanica, gli intagli lignei del coro e della sagrestia
opera di Giulio Romano, numerosi arredi sacri in rame, tele del
‘500 e del ‘700.
Una fondamentale scoperta è stata fatta di recente nel
refettorio monumentale della fine dl ‘400: una intera parete
di 100 mq. affrescata dal Correggio attorno al 1513/14, raffigurante
un’architettura dipinta con prefigurazioni bibliche dell’”Ultima
Cena” (soggetto già dipinto su tela al centro della
parete).
Cosa vedere
L'itinerario di visita ai monumenti inizia di fronte all'antico
portone dell'Abbazia del Polirone , ora piazza Matteotti.
l' Abazia
del Polirone
L'ingresso, del XVIII sec., reca alla sommità dell'arco
lo stemma del monastero mitria e pastorale: i simboli del potere
abbaziale e in cima all'edificio la statua di San Benedetto. Varcato
il portone si entra nell'antico "cortile" dell'abbazia,
ora piazza Teofilo Folengo, che un tempo era porticato.
La vista dei monumenti è davvero impressionante.
A destra la foresteria, con un'entrata monumentale del 1795 e
una statua di Matilde di Canossa, al vertice del frontone neoclassico.
Il campanile, di fondazione romanica, presenta interventi successivi
soprattutto nella cella campanaria.
Il fianco e la facciata della basilica denunciano elementi gotici,
nella cornice del tetto, rinascimentali, nel fianco e nella zona
inferiore della facciata, e neoclassici, nella loggia sopra l'ingresso,
L'antico definitorio dell'abbazia è ora sede della parrocchia.
Da ultimo, a sinistra, il refettorio dei monaci, ora Museo dell'Abbazia.
Davanti a tale monumento si lamentano le perdite edilizie più
evidenti (le cucine e il lato ovest del chiostro di S. Benedetto).
Le altre cadute sono avvenute a nord del complesso monastico:
due ali del chi ostro dell'Infermeria Nuova e la loggia.
Attraversata la piazza, ci si avvicina alla facciata della basilica,
dopo essere passati tra due pilastri della balaustra con statue
di apostoli (XVII sec.).
Questa zona era il cimitero del monastero.
la chiesa
del Cenobio
La chiesa del cenobio (costruita in tempi diversi dall'XI sec.)
presenta una facciata edificata in due tempi (XVI e XVIII sec.);
la parte bassa è opera di Giulio Romano che, a partire
dal 1539, lavora al restauro dell'intero edificio.
San Benedetto Po, chiesa del
Cenobio

San Benedetto Po, chiesa del
Cenobio
Della metà del XVI sec.
sono le tre porte lignee, stupende, e le tre statue di Adamo,
Eva e Davide (un tempo erano otto; le rimanenti furono collocate
successivamente all'interno della chiesa) di Antonio Begarelli.
Sopra la porta d'ingresso un affresco del Bazzani.
L'interno, solenne e di grandiosità insospettabile, presenta
evidenti tracce delle fasi di costruzione.
Romanici sono infatti il deambulatorio e le colonne, murate, ma
ancora visibili, nel presbiterio, mentre gotici sono il tiburio
e le volte.
Tuttavia i lavori di Giulio Romano hanno permesso di creare su
preesistenze un interno raffinato ed omogeneo.
A tre navate, divise da serliane, l'ambiente presenta un colore
avorio, dorature e affreschi molto simili, per tonalità
e disegni, a quelli di Palazzo Te a Mantova.
Anzi la sala dei Venti ha un soffitto identico a questo nelle
campiture geometriche.
La luce entra da finestre circolari dal lato sud della navata
e dalle finestre delle cappelle. Alcuni lavori sono del XVIII
sec.: il ciclo di tele, raffiguranti storie dell’Antico
e Nuovo Testamento, della navata maggiore è di Paolo Zimengoli
(1726), l'altare è del 1743; l'organo, in controfacciata,
di G. Bonatti è del 1726.
Settecenteschi sono anche i cancelli che dividono le navate dal
deambulatorio e che chiudono le cappelle laterali.
Mentre il coro ligneo, dietro l'altare, è del 1550 e forse
su disegno di Giulio Romano.
Nel tiburio si notano figure profetiche della Bibbia della scuola
dello stesso.
Nell'abside, sistemata nel XVIII sec., era collocata un'enorme
pala, ora al Louvre, di G. M. Bedoli che raffigurava l'Adorazione
dei pastori, meta finale per chi compiva il pellegrinaggio a Polirone,
per adorare l'incarnazione e il mistero di Cristo.
Le navate presentano un arredo straordinario di statue create
dal Begarelli e dipinte in bianco e oro come testimonia la statua
di S. Benedetto.
Continuava così l'idea di creare un ambiente eburneo e
dorato; come un portagioie, che conserva il gioiello più
prezioso per i credenti: il Corpo di Cristo.
Le statue ornano gli ingressi delle cappelle laterali dedicate
a santi polironiani (es. 1a a sinistra a San Simeone 1016, il
cui corpo riposa nell'altare) e santi benedettini (es. S. Placido,
S. Giustina, S. Girolamo).
Nella prima cappella a sinistra, come detto riposa il corpo di
S. Simeone; la pala d'altare “La Fede e 4 santi benedettini"
è di Girolamo Bonsignori (XVI sec.).
La seconda cappella è dedicata a S. Sebastiano e l'altare
è probabilmente neoclassico. La terza cappella è
dedicata a S. Placido e la pala d'altare è di Giuseppe
Bottani (1776). La quarta è dedicata a S. Giustina e la
pala d'altare “La visitazione" è di Fermo Ghisoni
(XVI sec.).
La quinta è di S. Ambrogio e la pala d'altare “S.
Pietro e Cristo" è una copia da Giulio Romano.
Nella sesta cappella, un tempo andito che immetteva nel chiostro
di S. Benedetto, si possono ora osservare resti romanici dell'ingresso
della chiesa di S. Maria.
Infatti dal transetto di sinistra si accede alla chiesa di S.
Maria (XII sec.), ad una navata, con transetto, un tempo triabsidato,
adibita alle esequie dei monaci e a particolari liturgie.
Nella parte centrale del pavimento rimangono frammenti di mosaici
della metà del XII sec., che illustravano la lotta del
bene contro il male, con iconografie assai simili ad altri "tappeti"
romanici.
Vicino all'altare, ben visibili, le quattro virtù cardinali
che trionfano sugli elementi malefici.
All'altare "Madonna" del Ghisoni” (XVI sec). Nel
deambulatorio sono ubicate tombe di benefattori del monastero
e statue del Begarelli.
Dal transetto di destra si accede all'ambiente in cui è
collocata la tomba (vuota dal 1633) di Matilde. Sempre da questo
ambiente si vede, oltre il cancello, la splendida sagrestia con
pavimento, arredi lignei e volte della metà del XVI sec.
È sicuramente il più elegante degli ambienti monastici
ed immetteva nel reliquiario esistente oltre le porte al fondo.
Nella navata di destra si aprono le cappelle di S. Michele, con
pala di P. Zimengoli (sec. XVIII) raffigurante S. Floriano; la
cappella di S. Giovanni Battista, con pala d'altare “La
Donna dell’Apocalisse" di Antonio Maria Viani; di fronte
a tale cappella il quadro “S. Nicola eletto vescovo di Mira"
copia dal Veronese, che eseguì altre due tele per le cappelle
successive.
Cappella di S. Nicola, con pala di G. Cignaroli (1748), cappella
di S. Antonio abate, copia dal Veronese sull'altare; cappella
di S. Gerolamo (altra copia da Veronese).
Prima di uscire si consiglia la visita del piccolo, ma straordinario,
Museo Parrocchiale (3a cappella a sinistra) che conserva: corali,
marmi romanici, un candelabro dell'XI sec., un reliquiario rarissimo
eburneo, del XII-XIII sec., un lavabo in marmo rosso del XV sec.
Il Definitorio ed il Refettorio
Usciti dalla chiesa, a destra è il definitorio, oltre,
il refettorio (1478 ca.) che custodisce il Museo
dell'Abbazia.
Il salone, di quattro campate, aveva l'accesso da est, pertanto
si consiglia di portarsi al fondo del salone per osservare in
tutta la sua maestosità l'affresco del Correggio (parete
ovest), del 1513-14 commissionato da G. Cortese. La finta prospettiva,
molto scenografica, contiene la "cena di Gesù"
(l'originale di G. Bonsignori non è più in loco),
che ha i suoi precedenti biblici nel "sacrificio di Isacco"
asinistra e "l'offerta di Melchisedech" adestra (a monocromo).
Nel refettorio sono raccolti frammenti marmorei romanici (i mesi)
e gotici; statue provenienti dal monastero, reperti archeologici
(romani), e una interessante serie di ceramiche medioevali e rinascimentali.
Usciti dal refettorio, a sinistra, si vede quanto resta del quattrocentesco
Chiostro Maggiore (o di San Benedetto) che precedeva il Capitolo.
il Chiostro
dei Secolari
Tornati alla piazza Folengo, a sinistra è il fianco della
chiesa, che richiama i cortili del Belvedere di Bramante in Vaticano,
e subito dopo l'ingresso alla foresteria, che porta al Chiostro
dei Secolari (XV sec.).
Si presenta ora ricco di ornamenti barocchi, che nel monastero
sono assai rari, ma significativi; erano eseguiti solamente negli
ambienti visitati da estranei, in modo da dimostrare che il complesso
era continuamente restaurato, anche in momenti di crisi.
Nel giardino si vedono, a destra, la statua di Tedaldo di Canossa
e in un ambiente, affreschi del XV-XVI sec. "Crocifissione"
e”Allegoria della morte".
il Chiostro
di San Simeone
A sinistra, attraverso una porta nell'atrio dello scalone barocco
(1674), che conduceva all'appartamento degli abati, si passa nel
corridoio retrostante la chiesa e quindi nel singolare, raccolto
chiostro di S. Simeone (XV sec., ma già nel XII sec. qui
esisteva un chiostro).
Esso ospitava nella parte superiore l'Infermeria Vecchia, la biblioteca,
la casa dell'abate e parte dei dormitori. Nella parte inferiore
(tardo gotica) vi erano ambienti di servizio, il Capitolo e S.
Maria.
La decorazione ad affresco (la più antica è del
XV sec.), raffigura episodi della vita di S. Simeone (XVI sec.),
monaco armeno, morto a Polirone nel 1016 e consigliere dei Canossa.
Attraverso un passaggio nel lato nord, si può visitare
la biblioteca monumentale (esterno), e ancora più a nord
si vede la infermeria nuova della fine del XV sec.: nel seminterrato
era ubicata la cantina e nei due piani rialzati due serie di camere
si affacciano sul corridoio centrale.
Ritornati allo scalone barocco si sale al primo piano ove un tempo
erano le residenze dell'abate, l'appartamento dei Principi, a
destra del grande corridoio di ingresso, e l'archivio, in fondo
a sinistra, nonché il dormitorio dei monaci e la biblioteca
(restaurata nel XVIII sec.).
Museo della cultura popolare
padana
Tutti questi ambienti ora ospitano il Museo della
cultura popolare padana (dal 1977); esso è costituito da
circa 10.000 oggetti, divisi in sezioni, da una biblioteca specializzata
in etnografia e antropologia padana.
Nel grande corridoio dell'ingresso si notano: arnesi e tipologie
di utensili, tipici della Padania; a sinistra una sezione dedicata
alle marionette e a destra alcune opere di Antonio Ruggero Giorgi
(1887-1983) che spesso raffigurò temi del mondo agricolo.
Negli antichi dormitori sono invece allestite ricostruzioni di
attività, lavori, ambienti del popolo padano: es. l'aia,
la cucina, la camera da letto, oppure l'uccisione del maiale,
la produzione del formaggio, i lavori dei campi, i raccolti.
Particolare rilievo è dato al fiume Po, alla sua fauna
e flora (nell'antica biblioteca monastica).
Di seguito, attività artigianali (es. la lavorazione della
canapa, il sellaio, la produzione di mattoni; interessanti le
tipologie dei carri). Infine una sezione dedicata alle immagini
sacre in terracotta ed una che presenta i burattini
Itinerari
per visitare il teritorio circostante
Di particolare interesse, si trovano nel territorio circostante
il monastero, le corti monastiche, edifici che ospitavano i contadini
che lavoravano i fondi, ma servivano anche come centri di raccolta
delle produzioni. Facilmente raggiungibili, erano prive di residenze
per i monaci: solo quelle più lontane avevano ambienti
destinati a tale uso. Pertanto, tali costruzioni, erano generalmente
povere e quasi esclusivamente di servizio.
Sono invece ben evidenti i fienili e le stalle.
Si parte dal paese e ci si dirige al Po, prima del ponte, a sinistra,
si svolta e si passa al di sotto del ponte verso destra in direzione
est.
A destra si vede la corte S. Biagio, forse già
attiva nel XI sec.
Proseguendo verso Mirasole si incontra, prima, a destra, la
corte di Brede, del XVIII sec., poi, sempre a destra,
la corte di Mirasole. Giunti a S. Siro si ritorna verso il paese
e alla sue porte si vede a destra la corte Bonifacia (XVIII-XIX
sec.): di fronte ad essa una strada, a sinistra, porta alla corte
più prestigiosa, corte Bugno Martino con
villa, chiesa e ambienti di servizio, La casa, del XVIII sec.
presenta affreschi; ornato è pure l'oratorio. Tornando
verso il paese di San Benedetto, a sinistra, sulla strada che
porta a Pegognaga, si può ossevare la corte di
Zovo, (sorta nel XV sec.; di essa rimane solamente la
chiesa del XVIII sec.); voltando a sinistra, la corte
Crema (con un interessantissimo fienile) e la corte Vedova.
Arrivati sull'argine del Po, voltando per Portiolo, si possono
vedere le corti Bardella (forse del XVII sec.)
e Ronco Nuovo e più avanti, verso Motteggiana,
la corte Gonfo.
Usciti dal paese, e diretti verso Quistello, si giunge alla piccola
chiesa di S, Maria di Valverde.
Risale all'XI sec., ed era dipendenza dell'abbazia di Polirone.
Era, in origine, probabilmente, costruita sopra un rilievo circondata
da un fossato.
Nel XV sec. fu restaurata e la chiesa attuale era uno degli elementi
del complesso, formati, sino al XIX sec., da un chiostro, una
sagrestia e da ambienti di servizio. Nata come luogo di preghiera,
nel tempo divenne ospizio per monaci, ammalati o molto anziani.
I resti, che ora si possono visitare, sono in parte romanici (absidi)
e in parte gotici (campanile).
All'interno, nell’abside, è conservato un grande
affresco (XV sec.), che occupa anche l'arco trionfale (Annunciazione),
sono raffigurati Cristo, i simboli degli evangelisti, Maria e
il Bambino Gesù, Santi e Profeti.
Tornando verso il paese, nella frazione di Portolo sono visibili
i resti di un palazzo del XVI sec., che era residenza dei Gonzaga.
Sorto nel XV sec. come castello (faceva parte di un sistema difensivo
assieme ai castelli di Motteggiane e Revere), nel XVI sec, appartenne
ai Gonzaga di Vescovato che lo restaurarono.