Osteria ‘Primavera’

Faceva molto freddo: la nebbia aveva avvolto la pianura e saliva dai fossi a nascondere alberi e campi, così spessa che non si vedeva a un palmo.
La donna si diresse verso la piazza; doveva restare in paese anche il pomeriggio ed era meglio evitare un viaggio, vista la giornata grigia e il rischio di finire con la macchina in un fosso.
L’osteria si trovava in un vicolo, a cento metri dalla chiesa, in un vecchio edificio con la facciata coperta di macchie d’umidità; sulla porta, un’insegna dipinta di verde recava la scritta “Osteria Primavera”.
Quando entrò, il vociare degli uomini che giocavano a carte si interruppe. Si sedè in un angolo, si tolse il cappello a accese una sigaretta.
La guardavano di sottecchi, con un sorriso misto di imbarazzo e di sfrontatezza: le donne allora non frequentavano l’osteria e tantomeno fumavano e ordinavano del vino per accompagnare pane e salame.
La forestiera si guardava intorno: il locale era spazioso, con il soffitto alto, come si usava nelle costruzioni di un tempo. Sulla parete di fondo era fissato un grande specchio, sui muri uno zoccolo verniciato di verde correva tutt’intorno a nascondere le macchie di umidità che salivano dal pavimento.
Scorse poi sul retro una seconda stanza dalle cui finestre si intravedeva il cortile: cinque colonne di pietra serena parevano arrivate lì per caso a reggere gli archi del porticato ingombro di ciarpame. Davanti, la stalla dove una mucca allattava il vitellino. La donna stava finendo il suo panino quando le si avvicinò la padrona, apparsa dal retrobottega come un personaggio de commedia, così fuori posto nel vociare dei clienti e l’ambiguo scambio do occhiate dei due uomini al banco, un vecchio e un giovane, presumibilmente padre e figlio.
Sul volto incipriato di bianco risaltavano gli occhi neri, grandi e mansueti come quelli di un pierrot. Le folte sopracciglia, scure come capelli raccolti in una retina, accentuavano la sua espressione stupita. Appoggiò le mani sul tavolo al quale la forestiera era seduta e le chiese, con gentilezza:
“Va tutto bene?”
“Benissimo” rispose la donna sorridendo “avete un salame squisito!”
“Ci farà piacere se tornerà. Le farò assaggiare i nostri conigli. Lei viene dalla scuola, non è vero? E non è di qui, si capisce subito. Mi piace come parla.”
L’altra sorrise imbarazzata per l’attenzione di cui era fatta oggetto; provava d’istinto simpatia per quella figura così composta e dignitosa. Tornò ancora al bar Primavera con la famiglia e mangiò il coniglio nostrano.
Si stabilì tra le due donne un’amicizia inconsueta fra persone così diverse, un’amicizia non dichiarata, fatta di poche parole e di confidenze appena accennate, in dialetto, sulle disavventure di una vita difficile e combattuta.
L’osteria con i tavoli appiccicosi di vino era un piccolo porto tra le nebbie e i rintocchi dell’orologio sul campanile; un mondo così diverso dalla città, intessuto da una fitta trama di ritrosie e diffidenze che la forestiera imparò a decifrare. I silenzi erano più importanti delle parole, in ossequio ad un rito codificato.
Le roggie correvano intorno al paese ricche d’acque e le macchie d’umido si arrampicavano con pertinacia sulle pareti dell’osteria. I giocatori ai tavoli accennavano ora un saluto. Margherita, l’ostessa, portava con dignitosa rassegnazione la sua stanchezza, trascinando i piedi gonfi nelle ciabatte. Erano quattro gli uomini da accudire, oltre al lavoro che il locale richiedeva; fra questi, il figlio più caro al suo cuore era immerso in un mondo del quale pareva seguire la traiettoria con la fissità dichiarata di chi non vuole appartenere a questa terra.
Camminava guardando davanti a sé, le mani femminee intrecciate sul petto; parlava con lentezza, sillabando le parole come se le attingesse dalla profondità di un pozzo. Scriveva poesie che nessuno avrebbe mai letto, reminiscenze forse dei suoi studi da maestro; era l’unico della famiglia che “aveva fatto le scuole”. La madre lo osservava con i grandi occhi mansueti lucidi di tenerezza.
La forestiera non lavorava più in paese, ma tornava ogni tanto al bar “Primavera” per salutare Margherita. Ripetevano le stesse frasi alternate ai silenzi rassegnati della donna.
“Era così buono, così affettuoso” le disse in dialetto, “ era il mio appoggio. Come farò senza di lui…”
Negli anni il locale si era un po’ rinnovato; i nipoti erano cresciuti e occupavano gli spazi che la nonna aveva ceduto. Le nuore avevano invaso la sua cucina e bandito i piatti locali di cui andava fiera.
A poco a poco, la sua casa divenne una piccola stanza sopra il porticato con un tavolo, una stufa e un divano per dormire. Aveva portato con sé il ritratto del figlio e un’immagine di Cristo avvolto nel manto rosso, con fasci di luce che si sprigionavano dalle mani allargate a perdonare.
La stalla era scomparsa dal cortile e piccoli appartamenti si affacciavano sopra le colonne di pietra serena, scampate per miracolo alla ristrutturazione.
Se n’era andato anche il marito di Margherita, azzimato don Giovanni di paese. Lei continuava a lavare e stirare nella sua camera, preparando qualche volta i suoi piatti preferiti; le gambe erano ormai troppo stanche per fare le scale e nessuno la voleva in cucina.
Erano passati trent’anni dal giorno in cui la forestiera aveva messo piede per la prima volta nell’osteria “Primavera”: le figlie erano divenute donne e qualche volta si recavano da Margherita per portale le fotografie dei loro bambini.
Il paese si era arricchito di brutte costruzioni con porte di metallo, di villette arroganti, la roggia era stata coperta e nei prati vicini al tabernacolo “della peste”, dove la Madonna scolorita sorrideva al Bambino, erano sorte le fabbriche. Le strade correvano più ampie e asfaltate lungo i fossi.
Adesso anche le donne entravano nell’osteria per bere l’aperitivo; fumavano, ma nessuno più scandalizzava e i giocatori di carte erano stati relegati nei quattro tavoli d’angolo.
L’amica di Margherita non era più “forestiera”: l’aria umida della pianura era entrata nei polmoni e nel suo cuore, come il profilo severo dei monti e i suoni del duro dialetto che ormai aveva perso per lei i suoi segreti. Le immagini dei luoghi d’adozione convivevano con quelle del ricordo e la donna si sentiva ricca di esperienza che non avrebbe mai vissuto se la sorte non l’avesse fatta approdare alla grande pianura.
Margherita aveva ormai più d’ottanta anni e non si muoveva dalla sua stanza. Le mancavano le grida dei giocatori e la piccola commedia dei rapporti con i clienti. Un giorno d’agosto la forestiera andò a trovarla. L’afa incombeva sulla pianura, il cortile era infuocato, solo le colonne davano una grigia sensazione di fresco.
L’accolse seduta al tavolo, dove stava piegando i tovaglioli; il suo volto incipriato era miracolosamente rimasto intatto dopo trent’anni, come i capelli neri e le sopracciglia stupite.
Le due donne s’abbracciarono; parlavano dei nipoti, ma la mente vagava nel passato, verso il tempo lontano. Ad un tratto, Margherita aprì una scatola di latta che era sul tavolo e porse all’amica una fotografia che la ritraeva con la prima nipotina nata da poco: erano passati quindici anni da allora.
La donna provò sgomento per quell’immagine gelosamente custodita per tanto tempo: il significato recondito del suo rapporto con Margherita le parve ancora più insondabile, riporto e segreto come quella scatola di latta nelle quale la sua fotografia era stata conservata. Era come se una parte della sua vita fosse andata a nascondersi nella piccola stanza sopra il porticato.
“Mi ha fatto compagnia” la disse Margherita sorridendo quasi per scusarsi, “io sono molto sola.”
Il sole stava tramontando fra vapori di calore e il riverbero dei vetri nel cortile feriva gli occhi.
La forestiera si chiedeva il perché del desiderio di rivedere l’amica, di quei colloqui fatti di poche parole e di molte reticenze, ma era ormai passato tanto tempo e non c’era più motivo di indagare sulle arcane coincidenze che rendono la vita un’avventura senza uguali.

Maria Mazza Palchetti


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